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Le storie della Storia

  • Redazione
  • 1 day ago
  • 4 min read

Memorie di mio nonno: Amedeo Sedola


La storia che vi voglio raccontare intreccia quel che è avvenuto in Friuli Venezia Giulia, durante la II Guerra mondiale, e la storia di vita di mio nonno Amedeo.

Nell’aprile del 1943 Amedeo viveva con la famiglia in quella parte di Jugoslavia confinante con il Friuli che, a quel tempo, era occupata militarmente dall’Italia. Nel 1941, infatti, l’Italia fascista e la Germania avevano invaso la Jugoslavia. Di solito, a scuola, se ne parla poco, ma l'occupazione italiana fu pesantissima. Per fermare i partigiani locali, i fascisti usarono la linea dura: diedero fuoco a interi villaggi, fucilarono ostaggi e aprirono persino dei campi di concentramento (come quello terribile di Arbe), nei quali rinchiusero migliaia di civili sloveni e croati. Militari e funzionari pubblici, inviati dal regime fascista, si comportarono da dominatori, spesso arroganti, a volte, pure crudeli con la popolazione locale. Non erano ben visti ed erano mal tollerati.


“I miei genitori, pur essendo persone per bene, erano tuttavia dipendenti pubblici italiani: mia madre maestra, mio padre ferroviere. Decisero, quindi, di farsi trasferire in Italia. Durante il viaggio nacqui io. Bene fecero, perché l’8 settembre dello stesso anno, l’Italia si ritirò dalla guerra”.

Amedeo Sedola
Amedeo Sedola

L'8 settembre 1943 è la data dell’annuncio pubblico dell’armistizio di Cassibile, firmato il 3: l'Italia aveva firmato la resa con gli Alleati e si era sganciata dall'alleanza con la Germania. Il problema fu che il re e il governo erano scappati senza dare ordini chiari, per cui l'esercito italiano si ritrovò nel caos totale dall'oggi al domani. I tedeschi, che consideravano gli italiani dei traditori, occuparono subito tutta l'Italia centro-settentrionale e i Balcani, disarmando i soldati italiani e spedendone a migliaia nei campi di prigionia in Germania.


Una volta tornati in Italia: “abitammo in un paesino di campagna fino alla fine della guerra. Subito dopo ci trasferimmo a Udine, in una casa mezza diroccata, circondata dalle macerie delle case vicine. Eravamo nei pressi della stazione ferroviaria, più volte colpita dai bombardamenti.

Ero appena nato quando la locomotiva, condotta da mio padre, a causa di una mina posta sui binari, saltò in aria rotolando successivamente in una scarpata. Si salvò per miracolo riportando tuttavia diverse lesioni e soprattutto ustioni. In un’altra occasione si prese un proiettile di rimbalzo in testa che gli estrassero qualche mese dopo. Non disse niente per paura di essere esonerato dalla conduzione dei treni.

I miei primi giochi li feci tra macerie, pareti e travi di case distrutte dai bombardamenti.

I proiettili che si trovavano un po’ dappertutto. Nelle scuole c’erano dei vistosi manifesti con la raffigurazione di tutte le bombe inesplose che si potevano trovare e la raccomandazione di non toccarle per nessun motivo”.

Dal settembre 1943 e fino all’aprile 1945, che segnò la fine della guerra, il Friuli fu teatro di molte vicende ed episodi violenti. I partigiani jugoslavi, memori della dominazione italiana, si vendicarono e molte furono le vittime sia tra i soldati in ritirata sia tra la popolazione civile italiana. I tedeschi, sentendosi traditi dal ritiro degli italiani dalla guerra, si incattivirono non solo con i soldati, ma anche con la popolazione.


Dalla parte italiana, si formarono dei movimenti partigiani, di ideologie diverse, ma tutti con l’obiettivo di scacciare i tedeschi e lotta contro i fascisti.

In Friuli operarono tre brigate: il gruppo “Osoppo” appoggiato da inglesi e americani, ben organizzata e fedele alle direttive degli Alleati; la brigata “Garibaldi” di fede comunista, piuttosto aggressiva e autonoma nelle proprie strategie, a volte, in contrasto con il gruppo Osoppo; infine, c’era il gruppo chiamato “Nono Corpus” di provenienza jugoslava, che sconfinava frequentemente collaborando, talvolta, con la brigata Garibaldi.


A questo proposito, “ti aggiungo un’altra storia sulla guerra. Mio cugino, rimasto orfano, durante la guerra, viveva con una zia a Platischis, il paese di mio padre. Aveva 14 anni quando è scappato di casa per unirsi ai partigiani. Una volta si trovava dietro un masso intento a sparare a dei tedeschi, ma uno di loro riuscì ad aggirarlo e lo sorprese alle spalle. Accortosi che era un ragazzino, gli strappò il fucile, gli diede due schiaffoni e lo mandò a casa. Non tutti i tedeschi erano spietati. Mio cugino si salvò”.


Ma questo è un episodio particolare perché “i tedeschi e i loro alleati fascisti cercavano in tutti i modi di combatterli definendoli terroristi, ribelli, banditi. Molte furono le persone uccise e molti i paesi, che vennero bruciati, qualora ci fosse il sospetto della presenza di partigiani o di un presunto appoggio agli stessi. Dopo l’invasione della Polonia [1939], [nel 1941] i tedeschi avevano invaso la Russia, che reagì coraggiosamente, ad eccezione di una parte della popolazione, i cosiddetti “cosacchi”, che accolsero i nazisti come liberatori. Ai cosacchi venne promessa l’occupazione della parte nord del Friuli, in cambio del loro aiuto nel combattere i partigiani. Diedero anche un nome a quella doveva divenire la loro nuova patria: Kosakenland”.


Questa è una storia pazzesca. Hitler decise di trasferire in Friuli (nella zona della Carnia) tra i ventimila e i quarantamila cosacchi. Erano scappati dall'Unione Sovietica perché odiavano il regime comunista di Stalin e, per questa ragione, si erano alleati con i nazisti. In cambio del loro aiuto, i tedeschi avevano promesso loro una nuova patria: il Kosakenland. Pensate che cambiarono persino i nomi di alcuni paesi: tipo Alesso divenne Novocerkassk.


“I cosacchi arrivarono con le loro famiglie e i loro cavalli e presero possesso di quanto loro promesso occupando case e terreni. Contrariamente ai tedeschi, non si comportarono come dominatori, furono rispettosi e, pur occupando le case, cercarono di convivere consentendo alla popolazione locale di continuare ad abitare nelle proprie case pur dovendole condividere forzatamente. Ma questa è una storia avvenuta solo in Friuli ed ebbe un triste e drammatico epilogo”.


Nel maggio del '45, con la sconfitta della Germania, il sogno del Kosakenland svanì. I cosacchi scapparono dal Friuli verso l'Austria per arrendersi agli inglesi, sperando di salvarsi. Ma i grandi della Terra, durante la Conferenza di Yalta, avevano già deciso che tutti i cittadini sovietici dovevano essere rimandati in URSS. Sapendo che Stalin li avrebbe fucilati o spediti nei gulag, per la disperazione, moltissimi cosacchi scelsero il suicidio collettivo, buttandosi con famiglie e cavalli nel fiume Drava a Lienz. Chi sopravvisse venne comunque deportato e i loro capi furono impiccati a Mosca. Una tragedia totale.


Questa storia, che mio nonno mi ha raccontato, mi ha consentito di vedere con gli occhi dell’esperienza viva, quello che, di solito, si studia solo sui libri, a scuola.


Mina Sedola, classe 12/IV B anno scolastico 2025-2026

 
 
 

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