SAINT OMER
- Redazione
- Mar 2, 2025
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di Alice Diop
Senegalese, francese, studentessa di filosofia, ex fidanzata di uomo più anziano, ragazza fuggita dalla madre, immigrata, che ha abbandonato il suo paese, imputata interrogata in tribunale, madre che ha ucciso il suo bambino… ma, prima di tutto, la protagonista di questo film è: una donna.
Il nostro personaggio principale, Laurence Coly, è descritta dagli aggettivi che gli altri le attribuiscono e ha compiuto qualcosa – un fatto efferato – di cui non riusciamo né a capire né a affrontare nemmeno il pensiero. Qualcosa che ci spaventa, anche solo quando lo pensiamo.
Laurence è una madre, che ha abbandonato il suo bambino, di appena 15 mesi, sulla spiaggia della città di Saint Omer. Fino a qui la storia è piena di inevitabili verità, che tutti noi ci aspettiamo. Ma le verità di Laurence iniziano a sfuggire a partire da questo punto, dal fatto che ha commesso.
Uno degli elementi, che rende questo film interessante, è come ci viene presentato il personaggio principale, perché in una sceneggiatura del genere, ciò che è inevitabile è che Laurence sia colpevole. Lei è un’assassina! Secondo molti, non dovrebbe nemmeno avere il diritto di parlare. Ma mentre ascoltiamo Laurence narrare gli eventi, attraverso i suoi occhi, nel corso di tutto il film, oltre a accusarla, ci ritroviamo a nutrire sentimenti di familiarità e intimità nei confronti di una “cattiva” persona e, spesso, finiamo col ritrovare delle somiglianze. Forse, rispetto a un dramma che porta tracce del documentario, il film si trasforma in un horror, perché, spesso, non vogliamo assomigliare ai cattivi, ma è proprio in questo punto, che il film ci spinge oltre i confini netti tra bene e male, permettendoci di guardare questa donna come un essere umano.
Un’altra madre nel film è Rama. A differenza di Laurence, la vita per lei, fino a quel momento, è andata avanti bene. È una professoressa universitaria di letteratura, che lavora, come autrice di successo, al suo secondo libro. Ha un marito che la sostiene. Rama è incinta.
I percorsi di Rama e Laurence si incrociano durante il processo, al quale Rama partecipa per raccogliere informazioni per il libro che sta scrivendo. Emerge così un “conflitto” tra una madre, che ha ucciso il suo bambino per liberarsene, e una madre che desidera disperatamente abbracciare il proprio figlio.
Durante il processo vengono affrontati molti altri argomenti, che vanno oltre il tema della maternità. Mentre viene sottoposta a dure accuse, da parte di un avvocato bianco, osserviamo come gli eventi vengano oggettivati dall’avvocata della difesa. Mentre l’avvocato dell’accusa cerca di de-umanizzare l’imputata, l’avvocata della difesa cerca di ricordare a tutti che Laurence è un essere umano. Il film illumina i recessi oscuri della nostra mente, ricordandoci che, nonostante tutto, siamo comunque umani. Ci aiuta a ridefinire e ripensare i concetti, che la società ci ha imposto finora, spingendoci a rivedere le nostre idee su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, a riflettere sui nostri pregiudizi, sugli automatismi e sui ruoli sociali, che tendiamo ad attribuire senza riflettere, finendo con l’imprigionare dentro i nostri stereotipi sociali le persone che incontriamo.
Il film è una provocazione, uno stimolo, ben orchestrato dalla regista e documentarista Alice Diop, che ci tiene in tensione e soprattutto ci costringe a sospendere giudizi affrettati e facili sentenze ai quali il mondo mediatico e i social ci stanno abituando.
Laurence è certamente colpevole di un abominio ma il processo, rivelando la profonda solitudine in cui questo delitto è maturato, mette in luce le contraddizioni non solo personali, ma soprattutto sociali, in cui questa donna, dalla straordinaria capacità dialettica, è rimasta incastrata, senza che nessuno intorno a lei si sia accorto del profondo dolore che la stava attraversando.
Questo film mi ha portato a riflettere sulle relazioni umane più complesse che sono, probabilmente, quelle con i nostri genitori. I genitori cominciano la nostra storia di bambini come i protagonisti principali della nostra vita ma, in questo film, e talvolta anche nella vita reale, diventano i “cattivi”. E noi diventiamo tutt’uno con loro. Quello che nel momento in cui discutiamo con loro appare come una situazione unica, dolorosa, inaccettabile, diventerà nel tempo, quello che noi stessi, da adulti, potremmo vivere. Le rughe che segneranno il nostro volto, alterato dal tempo che scorre, saranno le stesse rughe che hanno i nostri genitori, oggi. Questo è estremamente frustrante, perché ci impegniamo a non assomigliare a loro per tutta la vita, promettendo a noi stessi, che non saremo come loro, ogni volta che commettono un errore. Il fatto che, talvolta, tutti questi sforzi vadano sprecati, naturalmente, ci fa rende frustrati.
Il film che vi ho raccontato mi ha condotta a riflettere sulle stratificazioni e sulle complessità di ciascuno e, per questa ragione, ve ne raccomando la visione.
Deniz Haseski, classe 12/IV A (a.s. 2023/2024)





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